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Due miserie in un corpo solo

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Il racconto di Alessandro Bracco contiene tre errori. Tre bugie.

Innanzitutto il titolo: Due miserie in un corpo solo. Poiché è una citazione di un rigo, un verso di una canzone di Giorgio Gaber, significa forse che già il signor G ci aveva raccontato.
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Prezzo di vendita: 10,00 €
Produttore: Munari edizioni
Descrizione

 

Il racconto di Alessandro Bracco contiene tre errori. Tre bugie.

Innanzitutto il titolo: Due miserie in un corpo solo. Poiché è una citazione di un rigo, un verso di una canzone di Giorgio Gaber, significa forse che già il signor G ci aveva raccontato quella bugia.

Ma quale é la materia di questa/quella bugia? Chiamare una storia, una vicenda, una narrazione “due miserie in un corpo solo” significa raccontare la storia di una delusione, di una sconfitta, di un tradimento, di una resa. E forse gli storici e i politologi  - più o meno interessati, più o meno intellettualmente liberi – potrebbero forse dar ragione al signor G. Dal loro punto di osservazione, con i loro strumenti per guardare, la storia del comunismo (già, perché è anche di questo che ci parla Alessandro Bracco) è anche la storia di una multiforme sconfitta.

E tuttavia c’è qualcosa che accade nelle persone – in quasi tutte le persone – che ascoltano quella canzone del signor G; come se per una volta le emozioni congiurassero felicemente insieme alla razionalità (quel che può rimanere della razionalità). Impastandosi in una comprensione odorosa di chissà quale profondità. Alla fine, quella canzone, che pure si intinge di tristezza e di delusione, non lascia chi la ascolta con un cattivo sapore. Lascia pieni e non vuoti. Pieni di cose, di storie, di motivi, di intrecci. Di incognite, di rischi, di indugi. Ma senza la condanna piena alla tristezza. Quella canzone ti lascia, alla fine - con quel verso che Alessandro Bracco ruba al signor G. per dare il titolo al suo raccontarsi - il senso e il sapore di una possibilità da percorrere. Alla fine di quella canzone si sta un po’ male, ma si ha anche la sensazione di essere stati bene, e tanto anche.

Ecco dunque la prima - grave – bugia del nostro Alessandro Bracco/signor G. : a volte recitiamo un bel po’ di tristezza per dire le ragioni della possibilità. Il suo racconto non ci lascia vuoti, né delusi, né arresi. Non lascia solo miserie. Il suo racconto ci dice quanto ricco  possa essere il nostro piccolo mondo moderno, di quanto ricca sia la profondità della provincia italiana.

La seconda è la tipica bugia a cui, chi racconta scrivendo, è sottoposto e sottopone. Conseguenza di quella domanda: sei tu il personaggio di cui scrivi? E’ allora che partono a raffica risposte più o meno accademiche, più o meno pensate, più o meno infastidite su: distinzione/corrispondenza tra l’opera e la vita degli autori; la menzogna per dire la verità; il solo materiale a disposizione del racconto è quello dell’esperienza degli autori; piccoli e veloci trattati su cosa si intende per esperienza. E via rispondendo.

Purtroppo per Alessandro Bracco – neofita e coraggioso narrante di una materia per lui così urgente – questa domanda sarà molto frequente. Avrà dunque la possibilità di farla davvero cantare, la sua urgente bugia. Dire, distinguere i pezzi di vita dai pezzi di verità che ha avuto il bisogno di condividere con noi. Magari per riconoscere nuove, prossime distanze dal quel sé costruito nel raccontare e quello che sarebbe se dovesse raccontarlo nuovamente. Quante bugie tocca costruire per raccontare bene la storia di una formazione umana ed esistenziale…

La terza e ultima bugia. La più importante.

Alessandro Bracco non ci racconta solo una storia della provincia profonda, di un impegno politico e sociale lontano anni luce dal tempo dell’incendio degli anni ‘70 (Alessandro e il suo protagonista sono troppo giovani, nati entrambi a metà degli anni ’80). Non ci racconta solo l’intreccio della politica con l’apparire dei sentimenti amorosi. Non ci immerge soltanto in una luminosa colonna sonora; cosa questa che più dà il segno di quanto lunghi possano essere i fili che legano i tempi, le storie e le persone.

Alessandro Bracco ci imbroglia. Nasconde dentro il suo racconto (di formazione, di politica, musica, provincia…) una vera e propria lettera d’amore. Una vera e propria lettera di desiderio, di attesa, di ri-conoscimento, di gratuità, di durezza e lievità. Sembra la restituzione di qualcosa che l’autore, indugiando sulla soglia dell’età adulta, deve a se stesso. O forse, attraverso di lui, ad una piccola comunità di giovani. Come se le nostre storie  - e ciò che in esse amiamo - non fossero pienamente vive e comprese fino a che non si riesce a guardarle, a ri-conoscerle. A raccontarle appunto.

Poi lo sappiamo. Quando si scrivono lettere d’amore – per davvero, davvero - si corre il rischio di essere ridicoli. Ma come ci insegna il poeta, forse “solo chi non ha mai scritto lettere d’amore è veramente ridicolo”.

estate 2011
Gualtiero Rossi

 

 

 

 

Autore Alessandro Bracco
ISBN 9788890543180
N° Pagine 98
Misure (cm) 15x21
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