VENTI CONTRARI

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Un vento soffia e così uno spirito anima il mondo.
Venti dall’Est e dall’Ovest spirano e si intrecciano e, in un vortice di brezze, danzano e si fondono in trapassi e passaggi: migrazioni di idee e di intenti.
Venti del passato trascorrono nel presente e si proiettano nel futuro.
L’artista che si misura con la tradizione assorbe il flusso delle idee della cultura contemporanea e genera nuove immagini del suo orizzonte interiore e mentale.
L’artista che, conosciuto il percorso della storia e volgendo le spalle al passato, sperimenta nuove tecniche, approda a nuove possibilità espressive ed interpretative, e quindi esperienziali, della realtà.
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Prezzo di vendita: 10,00 €
Produttore: Munari edizioni
Descrizione

 

VENTI CONTRARI
Tradizione e innovazione nella Grafica d’arte contemporanea

Un vento soffia e così uno spirito anima il mondo.
Venti dall’Est e dall’Ovest spirano e si intrecciano e, in un vortice di brezze, danzano e si fondono in trapassi e passaggi: migrazioni di idee e di intenti.
Venti del passato trascorrono nel presente e si proiettano nel futuro.
L’artista che si misura con la tradizione assorbe il flusso delle idee della cultura contemporanea e genera nuove immagini del suo orizzonte interiore e mentale.
L’artista che, conosciuto il percorso della storia e volgendo le spalle al passato, sperimenta nuove tecniche, approda a nuove possibilità espressive ed interpretative, e quindi esperienziali, della realtà.
Continui moti, inoltre, flussi e riflussi fra mondo interiore e mondo che ci circonda, scambi fra i diversi saperi e le diverse esperienze di vita, si travasano in un panorama in cui passato e presente intessono un complesso e ricco palinsesto.

L’intento di questa esposizione è dunque dare una fra le possibili testimonianze di queste diverse direzionalità che l’arte prende passando di mano in mano, di artista in artista: ognuno infonde nell’opera il proprio modo di concepire e manifestare una personale, seppur condivisa, idea di esperienza estetica.
Mettere a confronto Italiani e Giapponesi significa, infatti, necessariamente, raffrontare due culture, la voce estrema dell’Oriente e quella nata nella culla dell’Occidente, ma, come vedremo, l’una sembra specchiarsi nell’altra.
Del resto storicamente il Giappone si è da tempo aperto al dialogo con la civiltà occidentale dopo aver attinto a quella orientale, dei cui stimoli e suggestioni i nipponici si sono sempre dimostrati sensibili ed originali interpreti (1).
Tutti gli artisti si sono misurati nella scelta del mezzo espressivo più congeniale: le tecniche calcografiche e a rilievo sono qui privilegiate, ma hanno perduto l’antica funzione di riprodurre mimeticamente, dunque in qualità di copia, un’altra opera realizzata secondo altre pratiche artistiche in cui si è manifestata l’originalità inventiva, come la pittura o la scultura per esempio. Ora l’incisione è invece il punto di partenza, e non d’arrivo, per esprimere la propria inventività e non più quella altrui. Se all’origine c’è l’idea, è però il ‘segno’ grafico che saprà tradurla in termini immediatamente visivi ed è nell’incisione che il segno diviene protagonista, per vivere di vita propria sprigionando così tutte le sue potenzialità. Questo strumento inoltre incarna anche espressività intrinseche, la tecnica è dunque di per sé veicolo di significato.
Nell’incisione si può declinare all’infinito la versatilità evocativa del tratto, direttamente collegato con l’idea prima, ma incessantemente verificato attraverso l’uso dei materiali, un vero banco di prova per la creatività. Come affermano Giorgio Trentin (2) e Giorgio Segato (3) manipolare le varietà degli inchiostri, le diverse consistenze delle carte, la loro ricettività e reattività alle matrici, che a loro volta vengono continuamente ritoccate e rilavorate per arrivare all’effetto voluto, comporta una sorta di transfert di una più intensa umanità nelle fibre dell’opera finale. Proprio il sudore della fatica del lavoro manuale, elargito per far corrispondere l’esito all’idea, è qui un valore aggiunto e sarebbe peccare di fallace pregiudizio o di ottusità considerarlo motivo di demerito dell’opera. Il fatto che la materia e la tecnica abbiano un ruolo fondamentale mina solo una mentalità esasperatamente antropocentrica. La stessa materia, infatti, mentre è lavorata e forgiata viene ascoltata nelle sue qualità espressive che suggeriscono così invenzioni e innovazioni. Il creatore dell’opera che sa interagire compie un’azione viva e vitale capace di produrre nuove entità sempre in fieri.
Si tratta dunque di una sorta di osmosi, ogni volta diversa, fra l’anima dell’artista e i materiali e, allargando lo sguardo, anche fra corpi e spiriti, fra fenomeni ed essenze.
I contrari qui non si oppongono, non sono sostanze sorde o consistenze separate, ma emettono aliti e respiri vitali che si compenetrano e si tramutano.
Anche restando nel solco della tradizione si sperimenta e si mette a punto questo rapporto mentre nel superamento dei vincoli della tradizione si amplifica questo processo conoscitivo ed esplorativo.
L’acquaforte, acquatinta, ceramolle, maniera nera, xilografia e litografia sono quindi compresenti o utilizzate in alternanza con altre tecniche più sperimentali, come l’uso di materiali diversi per le matrici, cartone e/o plexiglass (4), per esempio, o, ancora, commistioni di tecniche proprie a linguaggi diversi. E’ attraverso questo equilibrio fra rispetto e rottura delle regole che, oltre a farci percepire l’evoluzione delle esperienze estetiche nel cammino della storia, noi stimiamo il valore artistico dell’opera stessa.
A dare impulso alla ricerca sperimentale nelle tecniche calcografiche in Italia è stato Riccardo Licata che, su richiesta di Enzo Di Martino, Silvano Gosparini e Nicola Sene del Centro Internazionale della Grafica di Venezia, vi portò le esperienze maturate a Parigi fra gli anni ’60 e ’70 presso l’Atelier 17 di Stanley W. Hayther e Johnny Friedlaender (5). Egli avviò un costante lavoro di aggiornamento su tecniche e materiali che stesse al passo con i tempi. La novità portata da Hayther consisteva essenzialmente nel concepire la tecnica come “un’azione che provoca l’immaginazione” (6)
La scelta di precise tecniche e specifiche tematiche inserisce dunque il fare artistico nel vivo della nostra realtà contemporanea.
Convergono, infatti, in queste opere, contenuti estrapolati dalla nostra cultura ed esperienza più attuale testimoniando o inducendo nuove forme di percettività, come nei paesaggi e uomini riflessi sul vetro del bus cittadino nelle opere di Andrea Serafini o nelle periferie urbane e industriali di Elena Molena che coniugano un linguaggio realistico frammentato e interscambiabile con quello astratto; il passato e il presente nelle memorie archeologiche della classicità greca nell’opera di Emilio Baracco, o nelle allusività di un’arcaicità espressionistica di Paolo Miatto o nelle proiezioni sensoriali di una memoria immaginifica di Nicola Sene, nonché nella profonda riflessione sull’idea di un’umanità gravida di vita vissuta come in Raffaele Minotto. Sul versante del linguaggio più o meno propriamente astratto sta il mondo fluttuante e invaso da soffi e brezze incontrastate di Debora Antonello, o in quello sospeso nelle trepide ed emozionate attese di Bonizza Modolo; la realtà quotidiana trasfigurata nelle proiezioni fantastiche e oniriche in Marina Ziggiotti, o quello di un paesaggio scaturito dalle ritmiche sequenzialità dinamiche di una ricca sensitività interiore in Gino Di Pieri.
Negli artisti giapponesi appartenenti all’associazione Printsaurus (7) si riscontra una certa libertà nell’uso delle tecniche e tematiche per un comune fine che è quello dell’originalità dell’invenzione: scavalcano dunque il principio dell’opposizione fra purismo della codificazione dei materiali e dei processi di stampa e l’eccesso sperimentale con opere che forzano i limiti dell’evoluzione tecnica per scriverne una diversa storia. Interessante è anche la presenza sia di elementi che rievocano per noi la civiltà dell’estremo oriente come la carta di riso, l’estetica del vuoto o la tradizionale attenzione per il mondo floreale, sia di influssi occidentali, ma sempre fusi e risolti con cifre stilistiche del tutto proprie. Si possono scorrere in rassegna l’illustrazione del poema di Genji con dei lilium di un bianco candido o di un rosso maculato abbinati a parziali visioni dei corpi umani, solitari o in coppia (con formati che ricordano il kakemono) di Miyayama Hiroaki; le incisioni di Okawa Miyuki che propongono immagini floreali eteree e ambigue poiché le loro fibre vegetali sembrano innaturali, una sorta di viluppi armoniosamente avvolti in un artificioso groviglio; l’immaginario scaturito da un onirismo inquietante e surreale di Kobayashi Dai; le partiture geometriche ritmate da sequenze di reiterate strette bande verticali su cui si proiettano delicate ombre di vegetali di Yamamoto Sanae; le xilografie di Aki Mana in cui i fitti filamenti di seta dei bozzoli che avvolgono i neri vuoti interni si dipanano in aerei tratteggi e si addensano in anelli come orbite lucenti; le opere a tecnica mista di Kitano Toshimi con sovrapposizioni di superfici provenienti da un mondo futuristico, spazialità esplose con detriti metalliferi e cristalli minerali sulle quali sorgono e tramontano pianeti siderali; le incisioni di Mamiya Yurie sono come opere pittoriche con segni pieni di materia a cui è stato dato un impulso di energia gestuale e su cui sostano sagome ovali secondo narrazioni di rapporti e di evoluzioni; le opere derivate da legno di filo e litografie di Seki Masaharu raccontano, con un linguaggio illustrativo e fantastico mondi circensi o di fiaba immersi in accensioni di colori giocati su toni prevalentemente freddi o caldi o sulla loro compresenza; la percezione franta del mondo attuale dei cantieri industriali di Ota Mariko è caratterizzata da messaggi forti o deboli in sottofondo, inseriti in caselle ordinate sulla superficie in modo da ricostituirne l’unità; il mondo stratificato di velature cromatiche trasparenti, luminescenti e opache suggeriscono invece diversi movimenti verticali e orizzontali nelle opere di Uchida Yoshie.
Sarà un interessante e divertito compito del fruitore o della critica indagare corrispondenze e assonanze, diversità e allontanamenti fra le componenti linguistiche delle invenzioni estetiche qui presenti e quelle del panorama internazionale passato e presente. Un esempio è riconoscere in Kobayashi D. il richiamo all’espressionismo di Alfred Kubin e al surrealismo di Renè Magritte, viceversa, Andrea Serafini nella scelta delle tematiche sembra in sintonia con le ricerche fotografiche giapponesi per l’unione di “immagine, tempo e memoria” (8).
Si possono infatti cogliere analogie e differenze fra gli stessi artisti: un respiro pulsante dello spazio vuoto e luminoso nelle opere Debora Antonello e quello opposto denso e materico di Mamiya Yurie; la visionarietà surrealistica di Kobayashi Dai e quella di un’arcaicità espressionistica di Paolo Miatto o di Nicola Sene; la cifra stilistica tutta orientale di Miyayama Hiroaki e quella dell’archeologia classica di Emilio Baracco; l’astrazione di una topografia paesaggistica di spazi aerei e sospesi di Bonizza Modolo e la scansione ritmica delle partiture colorate di Yamamoto Sanae che sembrano rievocare i dipinti dell’arte hard edge; i palinsesti nei paesaggi delle periferie industriali e portuali di Elena Molena e le quelli dello spazio sidereo e cosmico di Toshimi Kitano o delle vedute urbane di Ota Mariko; il mondo dell’immaginario fiabesco di Masaharu Seki nonché quello ‘simbolico situazionale’ di Aki Mana a fronte di quello delle figure ritagliate nella carta allusive all’inesauribile creatività dell’infanzia e dell’intreccio infinito di segni di Marina Ziggiotti; la delicatezza delle circonvoluzioni segniche nelle forme floreali di Okawa Miyuki e le sinuosità dei profili di un paesaggio collinare votato ad una pittoricità complessa ed astratta di Gino di Pieri; le opere di Raffaele Minotto che presentano una tecnica sperimentale su cui misura l’intensità del rapporto fra l’uomo ed il suo elemento naturale, l’acqua, sono raffrontabili con la traduzione dell’elemento liquido che vena le stesure azzurre di Uchida Yoshie.
L’esperienza estetica che emerge dai trattati antichi giapponesi sembra incentrata su nozioni come “naturale, spontaneo, misterioso, profondo” (9): credo che questi nodi di riflessione siano presenti in tematiche che accomunano oggi le creazioni di artisti sia giapponesi sia italiani, soprattutto nel concepire l’arte come linguaggio di immagini che portano in sé l’ampio scenario della sensitività, cioè della percettività sensibile del proprio corpo e del mondo così come quella interiorizzata, dell’esplorazione della psiche e quella dell’intelletto, della bellezza della natura o di quella dell’artificio dei nostri paesaggi contemporanei.
Tutte esperienze maturate nella dimensione artistica, dunque, la sola che dà forma di sublimazione estrema alla nostra esistenza materiale e spirituale.

Carla Chiara Frigo

Note
1.    Come afferma chiaramente M. GHILARDI, Arte e pensiero in Giappone, Milano, Mimesis Edizioni, 2011, p.29
2.    G. TRENTIN, testo critico in Incisori Veneti Contemporanei, catalogo della mostra tenutasi a Palazzo Agostinelli, Comune di Bassano del Grappa, 1984, s.p.
3.    G. SEGATO, Oltreconfini. Incisione Internazionale Contemporanea, catalogo della mostra tenutasi a Palazzo Pretorio, Cittadella, Biblos, 2001, pp. 15-19
4.    Riccardo Licata tenne quindi a Venezia i Corsi Internazionali di Tecniche Sperimentali presso il Centro Internazionale di Grafica; qui Henri Goetz tenne una lezione e una mostra personale a Venezia Viva mentre Stanley W. Hayter tenne una lezione/conferenza su questo argomento alla Fondazione Querini Stampalia
5.    R. RIVA, Tecniche incisorie sperimentali, Venezia, Centro Internazionale della Grafica, 1993, p. 17
Una definizione di tecniche sperimentali è infatti offerta in questi termini da Rina Riva, allieva e poi assistente di Riccardo Licata, responsabile della didattica presso il Centro Internazionale della Grafica di Venezia: “… molteplici procedimenti su lastre metalliche e non, la cui superficie viene prevalentemente incisa o elaborata senza intervento di acidi”
6.    Ibidem, p. 12.
7.    L’associazione Printsaurus (International Print Exchange Association) sorge spontaneamente con l’intento dello scambio e per facilitare una rapida circolazione dei messaggi artistici. Ha esposto per la prima volta nel 1987 in Giappone con artisti di Taiwan.
8.    M. GHILARDI, Arte e pensiero in Giappone, op. cit., p.124; a p. 126 è riprodotta l’opera di Matsumoto Eiichi (1915-2004) Ombra di una scala impressa su un muro a Nagasaki (1945): la sagoma di un uomo si proietta come ombra sul muro sovrapponendosi a quella della scala: l’ombra diventa riflesso sui vetri del tram o sulle vetrate dei caffè in Serafini. Il tema è quello della proiezione della transitorietà dell’esistenza umana.
9.    Ibidem, p. 11

 

Autore Carla Chiara Frigo
ISBN 9788897701682
N° Pagine 88
Misure (cm) 23x23
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