Primo Piano

Go East


Asia Tour 2010 from Italy to Japan
Christian Ruzzarin

Un diario di Viaggio, un diario personale. Una grande Avventura.diario di viaggio
36000km in moto attraverso 17 Paesi in 3 Continenti
Dai deserti del Turkmenistan alle steppe siberiane, fino all’estremo Oriente.
Asia Centrale, Mongolia, Russia, Corea del Sud, Giappone e infine Australia.

Christian Ruzzarin è nato a Padova 33 anni fa. Dopo la Laurea in Ingegneria Meccanica ha lavorato per 4 anni e mezzo come progettista in un paio di aziende della Provincia, coltivando allo stesso tempo la passione per i Viaggi in moto.  Dopo Sicilia e Scozia, Capo Nord e Mosca, approda alla sua più grande avventura: raggiungere l’estremo oriente in moto.

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La meta è Tokyo. Christian supera in solitaria Turchia e Iran, attraversa i deserti del Turkmenistan e la mitica Asia Centrale, esplora la meravigliosa Mongolia e percorre le fredde steppe siberiane. Il percorso programmato è portato a termine dopo mille peripezie, ma il viaggio prosegue ancora, nella terra dei canguri. Dopo quasi dieci mesi l’avventura si conclude con un attivo di 36.000 km percorsi, 17 Paesi e 3 continenti attraversati, centinaia di persone conosciute.

Questo libro è un diario di viaggio.  E' la raccolta dei pensieri che quotidianamente, quando il tempo e la stanchezza lo permettevano, venivano scritti per parenti e amici, e anche per me stesso. è infatti anche un diario personale, che racconta i miei stati d’animo durante questo viaggio, i momenti di gioia e i momenti di difficoltà.    Un viaggio dentro me stesso, oltre che attorno a mezzo mondo.  Un viaggio progettato ed iniziato in due, ma in cui mi sono inaspettatamente ritrovato subito da solo.

 

Le pagine sono state raccolte così come scritte durante il viaggio, senza rilevanti modifiche.  Riflettono quindi esattamente quello che è avvenuto: ci sono dei buchi nei giorni in cui non ho voluto o potuto scrivere, delle pagine in inglese, delle pagine puramente descrittive e delle pagine introspettive.

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Un aperitivo per tre


Un aperitivo per tre
Francesca Rocchetti

Tre amiche inseparabili e legatissime tra loro, un po’ di grattacapi d’amore e qualche equivoco tra uno spritz e l’altro: questi gli ingredienti del romanzo di esordio diun aperitivo per tre Francesca Rocchetti, Un aperitivo per tre. Un romanzo fresco e divertente in puro stile chick lit, piacevole come un aperitivo all’aperto.
La trama ha una struttura solida e chiara che regge bene il ritmo piuttosto incalzante che caratterizza il genere, i personaggi sono semplici ma ben delineati, confortati principalmente dai dialoghi che riescono a non essere mai banali o irritanti, evitando con successo le battute da soap opera.
La struttura narrativa è particolare e risulta ben azzeccata e ben gestita: in ogni capitolo infatti, la prima persona narrante si installa a turno su ognuna delle tre protagoniste, aiutando quindi la delineazione di ciascun personaggio e dando una piacevole varietà di punti di vista all’interno della storia.

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Il genere chick lit viene erroneamente considerato un genere “facile”, di lettura e di scrittura. Sebbene potrebbe essere vero nel primo caso, non lo è di certo nel secondo: le insidie strutturali peculiari del genere sono presenti esattamente come in qualunque altro genere, alle quali si sommano le classiche problematiche stilistiche e narrative. Nel caso di Un aperitivo per tre, l’autrice è riuscita a dimostrare una maturità ed una confidenza con la parola scritta tale da denotare un talento che, secondo noi, merita di essere coltivato.
Altra ottima caratteristica di questo romanzo, anche se può sembrare una questione marginale, è la cura con cui è stato realizzato. La qualità dell’editing, l’assenza di errori evidenziano un’accuratezza che ormai è rara da trovare anche nei prodotti editoriali delle cosiddette grandi firme.
Insomma, un romanzo che consigliamo a tutti gli amanti del genere ma anche a chi è alla ricerca di una lettura di svago piacevole e di buona qualità.
Recensione di Annessi e Connessi

Francesca Rocchetti è nata nel 1982 nella provincia di Padova. Laureata in Sociologia, ora vive a Vicenza con il marito e lavora nell’azienda di famiglia. Un aperitivo per tre è il suo primo romanzo.

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Il filo d'Arianna


Il filo d'Arianna e i labirinti della Lirica
Giovanni Guazzone

Questo libro è fatto per noi, Vecchi e Giovani.
Quello che la musica non dice. Quello che, anche senza la musica, piace lo stesso.
il filo d'arianna
L’Opera Lirica attinge alla poesia, alla musica, alla pittura e al teatro contemporaneamente: senza una conoscenza delle parti, si rischia di non capire. Quando si alza il sipario, pochi sanno rispondere alle domande: chi? Dove? Quando? Perché?
“Il Filo d’Arianna” ci aiuta a rispondere, ci guida verso l’Opera e ci accompagna dentro la vicenda. In questo primo volume incontreremo Arianna, La Serva Padrona, Norma, Nabucco, Rigoletto, Aida. Veri prototipi del melodramma italiano.

Per chi non sa niente di Lirica, e per chi non può farne a meno!

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Impariamo il Kanji come i Giapponesi vol. 1


Impariamo il Kanji come i Giapponesi vol. 1
Rosa Isabella Furnari

Impariamo i Kanji come i giapponesi Volume 1°, è il primo di un opera divisa in 6 parti che, come recita il titolo, vuole offrire agli studenti italiani un metodo impariamo il kanjididattico molto simile a quello utilizzato nella scuola primaria giapponese per l’apprendimento degli ideogrammi.

Rosa Isabella Fùrnari, laureata in lingue e letterature orientali all’università Ca’ Foscari di Venezia; lavora come docente a contratto di lingua e cultura giapponese all’università degli Studi di  Catania. Ha conseguito un Master of Art in sociologia presso la T?ky? Metropolitan University.  
Autrice di:
1) Otaku, i giovani perduti del Sol Levante, (in coppia con M. Griner),
Ed. Castelvecchi, Roma.
2) Jyose-e, le ragazze perdute del Sol Levante,
Armando Editore, Roma.

Jappone D-la Repubblica


Due miserie in un corpo solo


Due miserie in un corpo solo
Alessandro Bracco

Il racconto di Alessandro Bracco contiene tre errori. Tre bugie.due miserie in un corpo solo

Innanzitutto il titolo: Due miserie in un corpo solo. Poiché è una citazione di un rigo, un verso di una canzone di Giorgio Gaber, significa forse che già il signor G ci aveva raccontato quella bugia.

Ma quale é la materia di questa/quella bugia? Chiamare una storia, una vicenda, una narrazione “due miserie in un corpo solo” significa raccontare la storia di una delusione, di una sconfitta, di un tradimento, di una resa. E forse gli storici e i politologi  - più o meno interessati, più o meno intellettualmente liberi – potrebbero forse dar ragione al signor G. Dal loro punto di osservazione, con i loro strumenti per guardare, la storia del comunismo (già, perché è anche di questo che ci parla Alessandro Bracco) è anche la storia di una multiforme sconfitta.

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E tuttavia c’è qualcosa che accade nelle persone – in quasi tutte le persone – che ascoltano quella canzone del signor G; come se per una volta le emozioni congiurassero felicemente insieme alla razionalità (quel che può rimanere della razionalità). Impastandosi in una comprensione odorosa di chissà quale profondità. Alla fine, quella canzone, che pure si intinge di tristezza e di delusione, non lascia chi la ascolta con un cattivo sapore. Lascia pieni e non vuoti. Pieni di cose, di storie, di motivi, di intrecci. Di incognite, di rischi, di indugi. Ma senza la condanna piena alla tristezza. Quella canzone ti lascia, alla fine - con quel verso che Alessandro Bracco ruba al signor G. per dare il titolo al suo raccontarsi - il senso e il sapore di una possibilità da percorrere. Alla fine di quella canzone si sta un po’ male, ma si ha anche la sensazione di essere stati bene, e tanto anche.

Ecco dunque la prima - grave – bugia del nostro Alessandro Bracco/signor G. : a volte recitiamo un bel po’ di tristezza per dire le ragioni della possibilità. Il suo racconto non ci lascia vuoti, né delusi, né arresi. Non lascia solo miserie. Il suo racconto ci dice quanto ricco  possa essere il nostro piccolo mondo moderno, di quanto ricca sia la profondità della provincia italiana.

La seconda è la tipica bugia a cui, chi racconta scrivendo, è sottoposto e sottopone. Conseguenza di quella domanda: sei tu il personaggio di cui scrivi? E’ allora che partono a raffica risposte più o meno accademiche, più o meno pensate, più o meno infastidite su: distinzione/corrispondenza tra l’opera e la vita degli autori; la menzogna per dire la verità; il solo materiale a disposizione del racconto è quello dell’esperienza degli autori; piccoli e veloci trattati su cosa si intende per esperienza. E via rispondendo.

Purtroppo per Alessandro Bracco – neofita e coraggioso narrante di una materia per lui così urgente – questa domanda sarà molto frequente. Avrà dunque la possibilità di farla davvero cantare, la sua urgente bugia. Dire, distinguere i pezzi di vita dai pezzi di verità che ha avuto il bisogno di condividere con noi. Magari per riconoscere nuove, prossime distanze dal quel sé costruito nel raccontare e quello che sarebbe se dovesse raccontarlo nuovamente. Quante bugie tocca costruire per raccontare bene la storia di una formazione umana ed esistenziale…

La terza e ultima bugia. La più importante.

Alessandro Bracco non ci racconta solo una storia della provincia profonda, di un impegno politico e sociale lontano anni luce dal tempo dell’incendio degli anni ‘70 (Alessandro e il suo protagonista sono troppo giovani, nati entrambi a metà degli anni ’80). Non ci racconta solo l’intreccio della politica con l’apparire dei sentimenti amorosi. Non ci immerge soltanto in una luminosa colonna sonora; cosa questa che più dà il segno di quanto lunghi possano essere i fili che legano i tempi, le storie e le persone.

Alessandro Bracco ci imbroglia. Nasconde dentro il suo racconto (di formazione, di politica, musica, provincia…) una vera e propria lettera d’amore. Una vera e propria lettera di desiderio, di attesa, di ri-conoscimento, di gratuità, di durezza e lievità. Sembra la restituzione di qualcosa che l’autore, indugiando sulla soglia dell’età adulta, deve a se stesso. O forse, attraverso di lui, ad una piccola comunità di giovani. Come se le nostre storie  - e ciò che in esse amiamo - non fossero pienamente vive e comprese fino a che non si riesce a guardarle, a ri-conoscerle. A raccontarle appunto.

Poi lo sappiamo. Quando si scrivono lettere d’amore – per davvero, davvero - si corre il rischio di essere ridicoli. Ma come ci insegna il poeta, forse “solo chi non ha mai scritto lettere d’amore è veramente ridicolo”.

estate 2011
Gualtiero Rossi


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